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...provenienti dal passato, proiettati nel futuro
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Shhhh!…. Oggi un computer è quasi silenzioso.
Accendiamo un portatile, premiamo un tasto e in pochi secondi siamo online. Se qualcosa impiega più di cinque secondi a caricarsi, iniziamo a innervosirci.
Nel 1984 era tutto diverso.
I computer non erano silenziosi. Facevano rumore. Un sacco di rumore.
E il rumore più memorabile non era nemmeno quello dei computer. Era quello delle stampanti ad aghi. Chiunque abbia lavorato in un ufficio negli anni ’80 o ’90 riconoscerebbe quel suono a occhi chiusi ancora oggi.
C’erano le ventole, certo, ma soprattutto c’erano i floppy disk. Quando il sistema leggeva un programma, si sentivano ticchettii, vibrazioni e ronzii che oggi sembrerebbero provenire da una vecchia macchina industriale.
I modem sarebbero arrivati qualche anno più tardi, insieme alle BBS e alle prime connessioni remote che facevano sembrare i computer creature vive, capaci di parlare tra loro attraverso la linea telefonica.
Chi non li ha mai usati non può capire davvero cosa significasse “collegarsi a Internet”.
Non esisteva una connessione permanente. Non c’era il Wi-Fi. Non c’era nemmeno Internet per come la conosciamo oggi.
Si prendeva il telefono di casa, si componeva un numero e il modem iniziava una specie di dialogo alieno fatto di fischi, fruscii e gracchi metallici.
Per qualche secondo sembrava che due robot stessero litigando.
Se tutto andava bene, la connessione veniva stabilita.
Se andava male, si ricominciava da capo.
E naturalmente, mentre eri collegato, il telefono di casa era occupato.
Le famiglie impararono presto a riconoscere quel rumore.
“Ancora al computer?”
Era una frase che sentivo spesso.
Anche gli schermi erano diversi.
Molti monitor erano monocromatici. Verde su nero. Ambra su nero. Niente fotografie, niente video in alta definizione, niente animazioni spettacolari.
Eppure ci sembravano incredibili.
Perché dietro quelle lettere verdi c’era una sensazione nuova: la possibilità di dialogare con una macchina.
Ricordo ancora la sensazione di scrivere una riga di comando e vedere il computer eseguire esattamente ciò che gli avevo chiesto.
Era come imparare una lingua straniera.
Una lingua fatta di DOS, directory, floppy disk e pazienza.
Tanta pazienza.
Per installare un programma servivano minuti. Per copiarne uno, altri minuti. E quando iniziammo a collegarci alle BBS e alle prime reti, trasferire un file poteva richiedere ore.
E nessuno si lamentava.
Perché non conoscevamo alternative.
Quando oggi sento qualcuno dire che una pagina web è lenta perché impiega tre secondi a caricarsi, sorrido.
Non perché il progresso non sia importante.
Ma perché ricordo un mondo in cui per scaricare una fotografia si poteva andare a bere un caffè e tornare prima che il download fosse terminato.
Eppure non cambierei quell’esperienza con nulla.
Perché quei computer rumorosi mi hanno insegnato una cosa che vale ancora oggi.
La tecnologia cambia continuamente. La curiosità, invece, resta la stessa.
È la stessa che mi spinse ad accendere un computer nel 1984.
Ed è la stessa che oggi mi fa aprire ChatGPT e chiedermi quale sarà il prossimo capitolo di questa storia.