La prima volta che ho sentito parlare di Intelligenza Artificiale

Dalle promesse degli anni Ottanta a ChatGPT. E il sogno dei generatori di codice.

La prima volta che sentii parlare di Intelligenza Artificiale non c’era Internet.

Non c’era Google.

Non c’era il Web.

E naturalmente non esisteva ChatGPT.

Era la seconda metà degli anni Ottanta e lavoravo già nel mondo dell’informatica. Ogni mese divoravo riviste specializzate, articoli tecnici e qualsiasi libro promettesse di raccontare il futuro.

Ogni tanto compariva una parola quasi magica:

Intelligenza Artificiale.

Sembrava qualcosa a metà strada tra l’informatica e la fantascienza.

E, a dire il vero, spesso veniva raccontata proprio così.

Le promesse degli anni Ottanta

Le riviste dell’epoca parlavano di sistemi capaci di:

  • comprendere il linguaggio umano;
  • risolvere problemi complessi;
  • diagnosticare malattie;
  • prendere decisioni autonome;
  • aiutare i programmatori a scrivere software.

Quest’ultimo punto mi colpiva particolarmente.

Già allora esisteva il sogno di un computer che aiutasse a programmare.

Non necessariamente scrivendo codice da solo, ma almeno suggerendo soluzioni, correggendo errori o producendo automaticamente parti di programma.

Sembrava una fantasia.

Dopotutto, all’epoca stavamo ancora lottando con editor di testo spartani, compilatori poco amichevoli e manuali grossi come elenchi telefonici.

L’idea che una macchina potesse aiutare un programmatore appariva quasi assurda.

I sistemi esperti

Negli anni Ottanta l’Intelligenza Artificiale era rappresentata soprattutto dai cosiddetti sistemi esperti.

L’idea era semplice.

Prendere la conoscenza di un esperto umano e trasformarla in regole.

Migliaia di regole.

Per esempio:

Se accade A e contemporaneamente accade B, allora considera C.

Funzionava discretamente in contesti limitati.

Ma il mondo reale si rivelò molto più complesso di una lista di istruzioni.

Ogni nuova eccezione richiedeva nuove regole.

Ogni nuova regola generava altre complicazioni.

La promessa dell’Intelligenza Artificiale sembrava allontanarsi.

Il sogno segreto dei programmatori

C’era però una promessa che continuava a tornare.

L’idea di generare software automaticamente.

Chiunque abbia programmato negli anni Ottanta o Novanta ha sentito almeno una volta questa frase:

“Un giorno basterà descrivere il problema e il computer scriverà il programma.”

Di solito la reazione era una risata.

Perché chi programmava sapeva quanto fosse difficile persino spiegare correttamente il problema.

Spesso il cliente non riusciva a descriverlo.

A volte nemmeno l’analista.

Figuriamoci il computer.

Eppure il sogno rimaneva lì.

Gli anni Novanta e i CASE

Qualcuno forse ricorda gli strumenti CASE.

Computer Aided Software Engineering.

Venivano presentati come il futuro dello sviluppo software.

Disegnavi diagrammi.

Definivi processi.

E il sistema generava automaticamente parte del codice.

Molti pensarono che quella fosse la strada giusta.

In realtà si rivelò utile solo in parte.

Il software continuava ad aver bisogno di programmatori.

Molti programmatori.

Poi arrivò Internet

Negli anni Novanta e Duemila accadde qualcosa che cambiò tutto.

Internet iniziò a raccogliere la conoscenza del mondo.

Documentazione.

Forum.

Articoli.

Codice sorgente.

Manuali.

Discussioni.

Milioni di sviluppatori stavano inconsapevolmente costruendo il più grande archivio tecnico della storia.

Poi arrivò Google

Per la prima volta trovare una risposta divenne semplice.

Non servivano più ore passate sui manuali.

Bastava una ricerca.

Per la mia generazione fu una rivoluzione.

Ma il vero salto doveva ancora arrivare.

Poi arrivò Stack Overflow

Quando nacque Stack Overflow, nel 2008, molti programmatori ebbero la sensazione di aver trovato una specie di oracolo.

Qualcuno aveva già avuto il tuo problema.

Qualcuno aveva già trovato la soluzione.

Qualcuno l’aveva persino spiegata bene.

Per anni Stack Overflow è stato il miglior amico di milioni di sviluppatori.

E poi arrivò ChatGPT

La prima volta che ho chiesto a ChatGPT di scrivere una funzione sono rimasto colpito.

Non perché il codice fosse perfetto.

Spesso non lo è.

Ma perché improvvisamente il vecchio sogno degli anni Ottanta sembrava prendere forma.

Per la prima volta non stavo cercando una risposta.

Stavo conversando con qualcosa che era in grado di produrre codice.

Non un frammento copiato da un forum.

Non una documentazione.

Codice nuovo.

Generato in quel momento.

Il sogno si è realizzato?

Sì.

Ma non nel modo in cui immaginavamo.

Negli anni Ottanta molti pensavano che il computer avrebbe sostituito il programmatore.

Oggi sappiamo che non è così semplice.

ChatGPT, Copilot, Claude e gli altri strumenti di AI sono incredibilmente utili.

Scrivono funzioni.

Generano query SQL.

Producono script.

Spiegano algoritmi.

Trovano errori.

Documentano codice.

Ma continuano ad aver bisogno di qualcuno che faccia le domande giuste.

E questa parte, almeno per ora, resta profondamente umana.

La vera rivoluzione

La rivoluzione non è che l’AI scrive codice.

La rivoluzione è che oggi un programmatore può dialogare con uno strumento che conosce praticamente tutti i linguaggi, tutti i framework e gran parte della documentazione esistente.

Per chi ha iniziato con i manuali cartacei e le riviste informatiche, è qualcosa di straordinario.

A volte mi capita di chiedere a ChatGPT qualcosa e pensare:

Se avessi avuto questo strumento nel 1985 avrei risparmiato settimane di lavoro.

E subito dopo ne arriva un altro:

Se avessi avuto questo strumento nel 1985 probabilmente avrei imparato meno cose.

Dalla fantascienza alla normalità

La cosa più sorprendente è che ci stiamo già abituando.

Come sempre.

L’Intelligenza Artificiale che negli anni Ottanta sembrava fantascienza oggi è una scheda del browser.

La usiamo per scrivere email.

Per programmare.

Per studiare.

Per tradurre.

Per organizzare idee.

Proprio come accadde con Internet, dopo lo stupore iniziale sta diventando normale.

Ed è forse questo il destino di ogni vera innovazione.

Passare dalla meraviglia all’abitudine.

La curiosità resta la stessa

Quando lessi per la prima volta un articolo sull’Intelligenza Artificiale ero curioso.

Oggi, dopo quarant’anni di informatica, continuo a esserlo.

La differenza è che allora leggevo promesse.

Oggi posso provarle.

E questa, per chi ha vissuto l’informatica dagli anni Ottanta fino a ChatGPT, è probabilmente una delle trasformazioni più incredibili a cui abbia mai assistito.


P.S. Se nel 1985 qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei descritto un programma in linguaggio naturale e una macchina avrebbe scritto il codice per me, gli avrei risposto che aveva letto troppi romanzi di Asimov. Oggi lo faccio quasi tutti i giorni. 😄

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