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...provenienti dal passato, proiettati nel futuro
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Se avete visto abbastanza film e serie TV, sapete già come si entra nel dark web.
Prima bisogna procurarsi un portatile rigorosamente nero.
Poi aprire un terminale Linux, digitare una quantità impressionante di comandi incomprensibili mentre sullo schermo scorrono caratteri verdi e, possibilmente, indossare una felpa con il cappuccio…
A quel punto compare la scritta:
ACCESSING DARK WEB…
Peccato che, nella realtà, possa andare più o meno così:
apri Tor Browser, scrivi un indirizzo e premi Invio.
Fine.
Il dark web esiste davvero. Tor esiste davvero. Esistono anche criminali, mercati illegali, truffatori e persone che utilizzano queste tecnologie per nascondere la propria identità.
Ma l’immagine che ne abbiamo è un curioso miscuglio di tecnologia reale, cultura hacker degli anni Ottanta e Novanta e parecchia scenografia cinematografica.
E soprattutto parte da un equivoco fondamentale:
il dark web non è una seconda Internet.
O almeno non nel senso in cui normalmente ce la immaginiamo.
Conviene innanzitutto distinguere tre cose che vengono continuamente confuse.
Il surface web è il web normalmente accessibile e indicizzato dai motori di ricerca: giornali, Wikipedia, blog, negozi e così via.
Il deep web comprende invece ciò che non è pubblicamente indicizzato.
La vostra casella email è deep web.
L’home banking è deep web.
L’area riservata del sito dell’assicurazione è deep web.
Il database interno di un’azienda può essere deep web.
Non c’è nulla di particolarmente oscuro: semplicemente Google non può entrare nel vostro conto corrente.
Il dark web è qualcosa di più specifico: comprende servizi deliberatamente accessibili attraverso particolari reti o software, dei quali Tor è certamente l’esempio più conosciuto.
Ed ecco quindi il primo mito che cade:
deep web e dark web non sono sinonimi.
L’eroe si avvicina al computer.
«Puoi entrare nel dark web?»
L’hacker della situazione assume un’espressione preoccupata.
«Posso provarci.»
Seguono quattro minuti di tastiera battuta furiosamente, finestre nere, indirizzi IP che scorrono e grafici apparentemente provenienti dalla NASA.
Per utilizzare la rete Tor esiste Tor Browser, un browser con interfaccia grafica basato su Firefox e progettato appositamente per utilizzare Tor.
Ha una barra degli indirizzi.
Ha i pulsanti.
Visualizza pagine HTML.
Insomma, assomiglia terribilmente a… un browser.
Non è necessario conoscere Linux, programmare o utilizzare la riga di comando semplicemente per visitare un servizio attraverso Tor.
Naturalmente esistono utilizzi tecnici di Tor che richiedono competenze molto maggiori.
Ma confondere questi con il semplice accesso alla rete è un po’ come sostenere che per utilizzare Chrome bisogna saper amministrare un server web.
Questo è forse l’equivoco più interessante.
Il cinema rappresenta spesso il dark web come una specie di città digitale sotterranea.
Internet è sopra.
Il dark web è sotto.
A un certo punto qualcuno trova una porta, inserisce una password e… si entra.
Tor è soprattutto una rete logica costruita sopra Internet.
Quando utilizziamo Tor per visitare un normale sito Internet, la nostra connessione non procede direttamente verso quel sito.
Attraversa invece diversi relay della rete Tor prima di uscire verso Internet.
I relay sono i “nodi di passaggio” della rete Tor: computer sparsi nel mondo che ricevono il traffico e lo inoltrano al nodo successivo.
In forma estremamente semplificata:
noi → Tor → relay → relay → nodo di uscita → sito normale
Il sito finale vede normalmente la connessione provenire dal nodo di uscita Tor anziché direttamente dal nostro indirizzo IP.
Possiamo quindi utilizzare Tor Browser anche per visitare un normalissimo sito .com o .it.
Il dark web non è una modalità segreta che improvvisamente sostituisce Internet.
In informatica possiamo descrivere Tor come una overlay network.
Una rete costruita sopra un’altra rete.
I relay Tor devono infatti comunicare tra loro e normalmente lo fanno utilizzando Internet.
Possiamo immaginarlo come due livelli:
rete Tor
↓
Internet
Tor possiede i propri percorsi, le proprie regole e particolari meccanismi crittografici.
Ma sotto continua a esserci Internet che permette ai computer della rete Tor di comunicare.
È un po’ come una rete di autobus che utilizza le normali strade. Gli autobus hanno fermate, linee e percorsi propri, ma per spostarsi utilizzano comunque la rete stradale esistente.
In questo caso:
strade = Internet
rete degli autobus = Tor
fermate = relay Tor
Dal punto di vista del passeggero sembra un sistema differente.
Ma sotto esiste comunque un’infrastruttura che permette al sistema di funzionare.
.onion?Qui arriviamo alla “parte” realmente “particolare”.
Tor permette anche di creare servizi raggiungibili direttamente attraverso la propria rete.
Sono gli Onion Services.
I loro indirizzi terminano in: “.onion“
In questo caso non è necessario uscire dalla rete Tor verso il normale web.
Semplificando:
noi → rete Tor → servizio .onion
Non abbiamo quindi:
noi → Tor → exit node → Internet → sito
come quando utilizziamo Tor per raggiungere un normale sito pubblico.
Gli indirizzi .onion moderni sono inoltre lunghi e apparentemente incomprensibili perché non funzionano come un normale nome di dominio scelto liberamente: l’indirizzo è legato crittograficamente all’identità del servizio.
Ed è probabilmente questo uno degli elementi che contribuiscono maggiormente all’aspetto misterioso del dark web.
Ma dopo aver inserito quell’indirizzo possiamo comunque ritrovarci davanti a una banalissima pagina HTML con logo, testo, menu e pulsanti.
Niente Matrix…
.onion è tutto il dark web?Qui troviamo un altro equivoco.
Dopo aver capito Tor è facile arrivare alla conclusione:
dark web = Tor = .onion.
Non esattamente.
.onion appartiene specificamente all’ecosistema Tor. Gli Onion Services sono servizi raggiungibili attraverso Tor.
Ma Tor non è l’unico sistema esistente per creare servizi non direttamente raggiungibili attraverso il normale web.
Esistono altre reti con architetture differenti.
Una delle più conosciute è I2P, Invisible Internet Project.
Anche I2P crea una propria rete logica e possiede servizi accessibili al suo interno.
Qui possiamo incontrare indirizzi appartenenti allo spazio .i2p, compresi indirizzi crittografici .b32.i2p.
In passato i siti web interni a I2P sono diventati conosciuti anche con il nome di eepsites.
Il concetto fondamentale è simile a quello che abbiamo appena visto con Tor:
un normale browser collegato soltanto al normale Internet non sa automaticamente come raggiungere quelle destinazioni.
Prima dobbiamo essere collegati alla rete I2P.
Un altro esempio interessante è Hyphanet, il progetto precedentemente conosciuto come Freenet.
Qui l’architettura cambia nuovamente.
Hyphanet utilizza un sistema peer-to-peer decentralizzato nel quale i partecipanti contribuiscono alla rete e allo storage distribuito dei contenuti.
Può persino essere configurato in modalità friend-to-friend, nella quale un nodo stabilisce collegamenti soltanto con nodi appartenenti a persone considerate affidabili.
Quindi già con tre esempi abbiamo:
Tor
I2P
Hyphanet
Tre sistemi differenti.
Tre modi differenti di affrontare problemi come anonimato, pubblicazione, decentralizzazione e resistenza alla censura.
E nessuna gigantesca porta universale con scritto:
DARK WEB — ENTRATA
Questa è probabilmente la domanda che si farà a questo punto qualsiasi lettore.
Se Tor Browser permette di raggiungere .onion, come facciamo con le altre?
La risposta è molto semplice:
dipende dalla rete.
Per raggiungere un Onion Service dobbiamo utilizzare software capace di comunicare attraverso Tor.
Per raggiungere servizi I2P dobbiamo prima collegarci alla rete I2P utilizzando il relativo software.
Con Hyphanet utilizziamo invece il software della rete Hyphanet.
Il principio importante è:
conoscere l’indirizzo non basta.
Dobbiamo possedere anche un sistema capace di raggiungere la rete nella quale quell’indirizzo esiste.
Pensiamo al numero interno 234 di un’azienda.
Possiamo conoscere perfettamente quel numero.
Mario può essere realmente seduto accanto al telefono.
Ma se componiamo 234 dal nostro cellulare, difficilmente risponderà Mario.
Dobbiamo prima trovarci sulla rete telefonica nella quale 234 ha significato.
La stessa idea vale qui.
Esatto.
Ed è un’altra conseguenza interessante.
Tor Browser non è un programma magico che apre qualsiasi cosa appartenga genericamente al “dark web”.
È progettato per utilizzare Tor.
Un indirizzo appartenente a un’altra rete richiede che il nostro computer sappia comunicare con quella rete.
Quindi sarebbe più corretto immaginare:
software Tor → rete Tor → .onion
software I2P → rete I2P → servizi I2P
software Hyphanet → rete Hyphanet → contenuti Hyphanet
Sono mondi differenti che il linguaggio comune tende a mettere tutti nello stesso contenitore.
Altro grande classico.
Il personaggio entra in Tor e diventa istantaneamente invisibile.
Tor è progettato proprio per rendere molto più difficile associare origine e destinazione di una comunicazione attraverso il cosiddetto onion routing.
Il nome deriva dagli strati di crittografia utilizzati lungo il percorso.
Ogni relay conosce soltanto le informazioni necessarie per svolgere la propria parte della comunicazione.
Ma Tor non è una bacchetta magica dell’anonimato.
Se entriamo in un servizio utilizzando un account che contiene nome, cognome e numero di telefono, abbiamo appena comunicato al servizio chi siamo.
Se forniamo informazioni personali, quelle informazioni rimangono personali anche se sono passate attraverso Tor.
Malware, vulnerabilità del dispositivo, configurazioni sbagliate e determinate tecniche di analisi del traffico possono inoltre creare altri problemi.
Tor può aumentare enormemente determinate forme di privacy.
Non trasforma automaticamente una persona in un fantasma digitale.
Qui la realtà è più sfumata.
È vero che le caratteristiche offerte da reti anonime sono state utilizzate per attività criminali.
Mercati illegali.
Frodi.
Vendita di credenziali rubate.
Distribuzione di materiale illecito.
Quella parte del racconto non è inventata.
Ma le stesse tecnologie possono avere utilizzi perfettamente legittimi.
Tor può essere utilizzato da giornalisti, ricercatori, whistleblower, persone che vivono sotto regimi con forte censura o semplicemente utenti interessati alla propria privacy.
La tecnologia non decide automaticamente cosa farne.
Altro elemento immancabile dell’immaginario moderno:
VPN + Tor = anonimato assoluto.
Non necessariamente.
Utilizzare una VPN prima di collegarsi a Tor modifica quali soggetti possono osservare determinate parti della comunicazione, ma introduce anche un altro soggetto — il gestore della VPN — nel modello di fiducia.
Non esiste quindi una semplice equazione:
VPN + Tor = doppio anonimato.
La domanda corretta è:
da chi voglio proteggere quelle informazioni?
È una domanda decisamente meno cinematografica.
Ma molto più sensata dal punto di vista della sicurezza.
A questo punto dobbiamo però riabilitare almeno parzialmente Hollywood.
Perché il famoso:
schermo nero,
Linux,
prompt lampeggiante,
comandi incomprensibili,
non è completamente inventato.
Tor e altre tecnologie di rete possono essere utilizzati e soprattutto amministrati attraverso la riga di comando.
Un server può non avere neppure un ambiente grafico.
Un amministratore può realmente trovarsi davanti a qualcosa del tipo:
terminale → software → rete Tor
anziché:
interfaccia grafica → software → rete Tor
E questo vale anche per altre reti.
Hyphanet, per esempio, prevede anche installazioni headless, cioè su sistemi privi di interfaccia grafica.
Quindi l’hacker davanti al terminale Linux potrebbe realmente stare configurando un nodo, un proxy, un server o qualche servizio di rete.
Ma ecco la differenza fondamentale:
il terminale non è la porta del dark web.
È semplicemente un’interfaccia attraverso la quale sta controllando il computer.
No.
Ed è forse uno dei miti cinematografici più divertenti.
Possiamo avere:
GUI → Tor → servizio .onion
oppure:
terminale → Tor → servizio .onion
La rete raggiunta rimane Tor.
Togliere Firefox, aprire Linux e iniziare a digitare comandi non fa comparire un fantomatico “livello 2 del dark web”.
Non esiste un’ Internet ancora più oscuro che si sblocca premendo Enter.
Questa parte della leggenda ha invece solide radici storiche.
Prima del web moderno esistevano BBS, Usenet, IRC e numerose comunità accessibili attraverso interfacce prevalentemente testuali.
Nel caso delle BBS poteva funzionare addirittura così:
computer → modem → rete telefonica → modem → BBS
Il computer chiamava direttamente un altro computer.
Internet poteva non essere coinvolta affatto.
E questa è una delle grandi ironie di tutta la storia.
Una vecchia BBS privata degli anni Ottanta o Novanta, raggiungibile soltanto conoscendone il numero telefonico, assomiglia per certi versi più all’idea cinematografica di una “rete segreta” di quanto le assomigli il vero Tor.
La cultura hacker è inoltre storicamente legata a Unix, Linux, terminali e strumenti da riga di comando.
Hollywood non ha quindi inventato quegli elementi.
Ha semplicemente preso:
BBS + terminali + Unix/Linux + hacker + Tor + criminalità informatica
e li ha messi nello stesso frullatore.
Il risultato visivamente funziona benissimo.
Tecnicamente, molto meno.
Forse è proprio questa la domanda sbagliata.
Il dark web non è il nome tecnico di un’unica rete mondiale.
Tor è una rete.
I2P è un’altra rete.
Hyphanet ha ancora un’altra architettura.
.onion appartiene a Tor.
.i2p appartiene all’ecosistema I2P.
Linux è un sistema operativo.
Il terminale è un’interfaccia.
Il browser è un’applicazione.
E Internet è l’infrastruttura globale sulla quale alcune di queste reti possono appoggiarsi per comunicare.
Sono concetti differenti che cinema, giornali e cultura pop hanno progressivamente fuso in un’unica immagine.
Forse è proprio questo l’aspetto che il cinema racconta peggio.
Le tecnologie sottostanti a Tor, I2P e alle altre reti possono essere estremamente sofisticate.
I problemi di anonimato, routing, crittografia e sicurezza che cercano di affrontare sono complessi.
Ma l’interfaccia che vede l’utente può essere assolutamente ordinaria.
Un browser.
Una barra degli indirizzi.
Una pagina web.
Ed è quasi deludente scoprire che per entrare nel famigerato “lato oscuro di Internet” non serve digitare comandi incomprensibili davanti a sei monitor.
Non serve neppure la felpa con il cappuccio.
Anche se dobbiamo concedere qualcosa a Hollywood.
Quella schermata nera potrebbe esistere davvero.
Solo che probabilmente l’uomo incappucciato non sta entrando nel dark web.
Sta configurando un proxy.
Che, bisogna ammetterlo, al cinema avrebbe molto meno successo.
Se siete arrivati fin qui, ci dobbiamo anche scusare: questo articolo è diventato decisamente più lungo del previsto.
Ma è successo per un motivo molto semplice. Ogni risposta sul dark web ne faceva nascere un’altra. Cos’è Tor? Cos’è un .onion? Esistono altre reti? Serve davvero Linux? E quei terminali neri che vediamo nei film?
In fondo è esattamente lo spirito di TheBoomerSays.
Possiamo cambiare computer, passare dal modem al 5G, dalle BBS a Internet, da Internet a Tor e domani a qualcosa che ancora non conosciamo. La tecnologia corre, cambia nomi, protocolli e velocità.
La curiosità del boomer, invece, rimane ostinatamente la stessa.
Anno dopo anno.
Tecnologia dopo tecnologia.
Progresso dopo progresso.
Continuiamo a fare quella domanda semplicissima che facevamo davanti al primo computer:
“Sì, va bene. Ma come funziona?”
Ed è spesso da quella domanda che iniziano i viaggi più interessanti quindi…
Buon viaggio a tutti dal Boomer